La guarigione dei dieci lebbrosi

Secondo un racconto che solo l’evangelista Luca riporta, il Signore, scacciato dalla Galilea a causa dell’odio che i suoi abitanti gli riservavano, si diresse verso la Galilea (Gv 4,4) per iniziare il suo ministero e, nel tragitto, nei pressi di Sichar, come sappiamo, incontrò la Samaritana. Concluso il suo Ministero, si diresse verso Gerusalemme, passando ancora per la Samaria e, mentre per l’ultima volta saliva nella Città Santa, in un villaggio, incontrò dieci lebbrosi, che guarì.

Le persone affette da questa terribile e immonda malattia si fermavano a distanza, non potendo né vivere nel villaggio, né stare vicino ad esso. Consapevoli della loro malattia incurabile (la lebbra è l’immagine familiare ed eclatante del peccato), erano sottoposti   alle prescrizioni della legge, che diceva: “Finché la piaga sarà in lui, sarà impuro; è, impuro, abiterà da solo: la sua dimora sarà fuori dell’accampamento” (Levitico 13:46).

Ancora lontani dal Signore, che stava entrando nel villaggio, i dieci lebbrosi alzarono la voce per invocare la sua pietà, chiamandolo “Gesù, Maestro”.

Per quanto miseri fossero, riconoscevano già in Gesù il maestro che è al di sopra di tutti gli altri. Il Signore li vede, come nessun altro potrebbe, e nonostante il loro stato ripugnante, vuole rispondere con la grazia alla loro miseria.

Pur riconoscendo loro fede, non li guarisce però subito, ma li manda dai sacerdoti. Secondo la legge, infatti, solo il sacerdote era autorizzato a giudicare una piaga di lebbra o a pronunciarne la guarigione (Levitico 13,8.44). Ma poteva solo constatare l’esistenza o l’assenza della malattia, senza fornire un rimedio.

Ciò avrebbe richiesto un potere divino che il sacerdote non possedeva. Tale potere era in Gesù, al quale i lebbrosi si rivolsero. Per ottenere la guarigione, la loro fede deve essere attiva e devono obbedire alla richiesta del Signore di andare a mostrarsi ai sacerdoti. È solo durante il cammino che vengono resi puliti.

Il mezzo di guarigione (quello della salvezza per l’uomo peccatore) è di una tale semplicità che spesso sembra indegno dell’uomo. Naaman il Siro (2 Re 5:8-14) ne è un esempio lampante. Quando abbandona le proprie pretese, la grazia di Dio può guarirlo.

Così i dieci lebbrosi furono guariti. Nove di loro, probabilmente ebrei, non ricordavano chi li aveva guariti: “Dove sono i nove? “Consapevoli della potenza che era intervenuta in loro favore, ma, dimentichi di esprimere la loro gratitudine, rimasero nelle loro vecchie abitudini religiose.

Il decimo era un samaritano, disprezzato dai Giudei a causa dell’origine del suo popolo: nazioni che avevano abitato la provincia di Samaria dopo la deportazione delle dieci tribù (2 Re 17,24; Giovanni 4,9). Legato a un sistema in parte idolatrico, quest’uomo aveva già superato i suoi scrupoli religiosi per obbedire al comando del Signore: mostrarsi ai sacerdoti del vero Dio in Israele. Dopo la sua guarigione, fu l’unico a tornare da Gesù per esprimere la sua gratitudine e lodare Dio.

Essendo straniero, secondo la parola stessa del Signore, gli era stato vietato di entrare nel tempio (l’antico luogo di culto per il popolo terreno) e persino nel cortile (At 21,29). Ma, per grazia, ora glorificava Dio alla presenza di colui che lo aveva guarito.

Il samaritano rappresenta quindi la condizione normale di ogni credente. Per natura “estraneo ai patti della promessa” (Efesini 2:12), viene lavato dai suoi peccati dal sangue di Cristo per diventare un adoratore del vero Dio. La donna samaritana (Giovanni 4) e il lebbroso samaritano (Luca 17) fanno quindi parte del piano di Dio per creare un popolo di adoratori. Il lebbroso guarito si getta con la faccia ai piedi di Gesù, rendendo così gloria a Dio. Questa è anche la posizione sempre assunta dai ventiquattro anziani, figura dei redenti celesti nell’Apocalisse (Apocalisse 4:10; 5:8; 7:11; 19:4).

La guarigione di una malattia e la salvezza dell’anima sono ben distinte nella Scrittura. La prima è un perdono governativo per la terra, mentre la seconda è la conseguenza di un perdono assoluto basato sull’opera di Cristo, che dà la vita eterna. I nove lebbrosi forse non credevano in cuor loro alla salvezza, al di là della guarigione della loro terribile malattia. Per il samaritano è tutto diverso.

Egli vede che è guarito dalla lebbra e, quando il Signore lo manda via in pace, ha la felice certezza di essere guarito, cioè salvato. Come ha detto giustamente qualcuno: “La fede va dritta al cuore di Dio, e lì trova ogni grazia e una parola che la rimanda nella libertà di quella grazia”.

Cari fratelli e sorelle, in questo Anno Santo del Giubileo, preghiamo e chiediamo la guarigione della nostra “lebbra” a Gesù nostra speranza.

Vi auguro una buona domenica.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb

Fonti: Sondez les écritures.