TUTTI I SANTI

ANNO A 2026

Cari fratelli e sorelle, la solennità di Tutti i Santi (Ognissanti), che celebriamo il 1° novembre, costituisce un momento di immensa gioia: in questa festa la Chiesa ricorda non solo i santi ufficialmente riconosciuti e canonizzati, ma celebra una moltitudine immensa e silenziosa di persone comuni di ogni epoca e nazione. Sono uomini e donne che, nel nascondimento della quotidianità, hanno vissuto in profonda amicizia con Dio e al generoso servizio del prossimo.

I santi non sono “superuomini” distanti o fredde statue di gesso, ma persone normali reali che hanno affrontato le fatiche, i limiti e le sofferenze di ogni giorno, incarnando il Vangelo nella normalità della vita. Il loro esempio ci aiuta a capire che la santità non consiste in una perfezione irraggiungibile, ma nella fedeltà quotidiana all’amore. In questa solennità, la liturgia ci invita ad ascoltare il vangelo delle Beatitudini (Matteo 5,1-12).

Queste parole di Gesù non vanno interpretate come regole rigide o precetti moralistici, bensì come il “volto” autentico della vera felicità secondo Dio: la via dei poveri in spirito, i miti, i costruttori di pace e dei puri di cuore. Questa festa ci ricorda che non siamo soli, ma parte di un “popolo in cammino” che unisce in un unico abbraccio la Chiesa pellegrina sulla terra e quella già gloriosa in Paradiso, manifestando la bellezza della comunione dei Santi. Vi è poi un legame indissolubile con la Commemorazione dei defunti che celebriamo il 2 novembre. La memoria di quanti ci hanno preceduto rappresenta, infatti, il naturale e necessario completamento di Ognissanti: questi due giorni, strettamente uniti, proclamano insieme la vittoria della vita sulla morte e la certezza incrollabile che l’amore, in Dio, non avrà mai fine.

Il brano tratto dal libro dell’Apocalisse, tradizionalmente letto nella solennità di Ognissanti, è un grandioso messaggio di speranza, protezione e salvezza universale, interamente incentrato sulla vittoria definitiva del bene e sul mistero della comunione dei santi. Due considerazioni per questo libro: il valore della resistenza spirituale e la grazia del conforto per la Chiesa universale.

L’Apocalisse non costituisce un manuale di catastrofi future o di paure imminenti, ma un testo profondamente pastorale, nato per dare coraggio e speranza ai cristiani provati dalla persecuzione. Essa ci ricorda che, al di là del caos apparente della storia e delle fatiche quotidiane, esiste uno sguardo paterno di Dio che conosce, sigilla e salva ciascuno dei suoi figli.

Questo testo demolisce così ogni visione elitaria o selettiva della fede: la meta ultima della storia non è il privilegio di pochi, ma una grande famiglia riunita nella lode eterna. Una moltitudine immensa, composta da persone comuni che hanno affrontato la vita e il dolore, vincendo il male semplicemente aggrappandosi all’amore fedele di Gesù.

La pericope della lettera ai Romani, che ascoltiamo nella seconda lettura, costituisce uno dei vertici teologici e spirituali più alti di tutto il Nuovo Testamento. In queste pagine l’apostolo Paolo delinea il cuore della speranza cristiana: la certezza incrollabile dell’amore di Dio manifestato in Cristo Gesù. Questo testo nasce originariamente per consolare comunità cristiane ferite, provate e vacillanti; a loro, e a ciascuno di noi oggi, l’Apostolo ricorda che la sicurezza della salvezza non poggia mai sulla fragilità delle nostre opere o sui meriti umani, ma sulla fedeltà incrollabile di Dio manifestata sul legno della Croce.

Il brano del Vangelo secondo Matteo apre il grandioso discorso della Montagna presentando le Beatitudini, il vero manifesto della vita e della spiritualità cristiana. Gesù sale sul monte e si siede (atteggiamento solenne del maestro) richiamando la figura del nuovo Mosè che dona la Legge. Rivolgendosi alla folla e ai suoi discepoli Cristo capovolge i criteri e le logiche del mondo.

Gesù sale sul monte e si siede. Egli non impone la legge dall’alto come un tiranno, ma attira a sé i discepoli per offrire un insegnamento di sapienza e di grazia. Nel linguaggio del Vangelo, essere “beati” (makarios) non significa affatto essere esenti dal dolore o dalle fatiche della storia. Al contrario rivela la gioia profonda e la pienezza interiore che derivano dall’essere inseriti nel cuore di Dio, anche in mezzo alla fragilità. Per comprendere possiamo meditare sulle singole categorie dei beati che ci propone il vangelo di Matteo, ciascuna espressione di un autentico cammino di santità:

I poveri in spirito, coloro che non confidano nella propria autosufficienza o nel potere, ma riconoscono il proprio bisogno di Dio. Accanto a loro vi sono coloro che sono nel pianto, uomini e donne che sperimentano il dolore, ma sono aperti alla consolazione divina. Il Vangelo proclama poi i miti, chi radicalmente rifiuta la via della violenza e della prepotenza, scegliendo la forza del bene ed ereditando così la terra promessa.

Questa stessa radicalità abita in coloro che hanno fame e sete della giustizia, anime che desiderano ardentemente che si compia la volontà e l’amore di Dio nel mondo. La santità si manifesta poi nei misericordiosi, capaci di inchinarsi sulle sofferenze altrui con compassione e perdono, trovando a loro volta misericordia. Essa risplende nei puri di cuore che mantengono uno sguardo limpido, trasparente e interamente orientato a Dio.

Il cammino si fa operoso con gli operatori di pace che non subiscono passivamente i conflitti, ma li ricompongono, manifestando la somigliando più vera a Dio. Questo cammino termina con i perseguitati per la giustizia: coloro che rimangono fedeli al Vangelo anche quando questo comporta l’incontro con l’ostilità e il rifiuto.

Cari fratelli e sorelle, chiediamo la grazia di mettere in pratica questo programma di vita che Gesù ci propone nella quotidianità della nostra vita.

Auguro a tutti buona festa di Tutti i Santi.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb.