Cari fratelli e sorelle, celebriamo la quinta domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista. La parola di Dio ci invita a meditare sui comandamenti dell’amore che sono il cuore del messaggio di Gesù e riassumono tutta la legge morale dei Vangeli.
Amare dio significa donare a Dio tutto il proprio cuore, la propria anima, la mente e la forza. Amare il prossimo significa amare gli altri esattamente come se stessi. L’amore per Dio è la radice. L’amore per il prossimo è il frutto concreto di questa radice. Amare non è solo un sentimento, ma un’azione reale di fedeltà e servizio verso gli altri. Cosa ci offre la parola di Dio su questi comandamenti?
Nella prima lettura, il brano del Deuteronomio custodisce il famosissimo Shemà Israele (“Ascolta, Israele”), la professione di fede fondamentale dell’ebraismo e il cuore di tutta la rivelazione biblica sull’amore per Dio.
All’interno di questa pagina sacra, possiamo rilevare i punti principali per guidare la nostra meditazione. Il primato dell’Ascolto (Shemà). Ascoltare per obbedire. Nella Bibbia, ascoltare significa accogliere la Parola e metterla in pratica. Il popolo è chiamato ad ascoltare l’unico Dio.
L’amore per Dio non è un sentimento passeggero o un’usanza esteriore, ma un coinvolgimento totale della persona. I precetti di Dio devono prima “stare fissi nel cuore” (la sede delle decisioni e dei pensieri) e poi tradursi in ogni gesto quotidiano: in casa, in cammino, di giorno e di notte.
I segni visibili (i filatteri sulle mani o i testi sugli stipiti delle case) servono a ricordare che la fede abita lo spazio concreto del vivere. La fede non si eredita in automatico. Mosè chiede di ripeterla e raccontarla ai figli.
Il racconto delle meraviglie di Dio (a partire dalla liberazione dall’Egitto) mantiene viva l’identità del popolo. Questo annuncio si fa per noi memoria viva. Il popolo viene ammonito a vigilare sul pericolo dell’abbondanza e sulla trappola della dimenticanza: il rischio reale è che il benessere materiale e la comodità generino un’amnesia spirituale.
Quando ogni cosa va per il meglio, l’essere umano tende a dimenticare Colui che lo ha salvato e liberato dalla schiavitù, finendo per attribuire ogni successo esclusivamente alle proprie capacità. E’ un forte richiamo anche per ciascuno di noi oggi, affinché rimaniamo vigilanti nel nostro modo di vivere, di pensare e di agire!
Nella seconda lettura, la lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati celebra la straordinaria libertà cristiana che Cristo ci ha donato, mettendoci in guardia contro il rischio di ritornare sotto la schiavitù della legge antica.
L’Apostolo Paolo esorta i credenti a rimanere saldi: Cristo ci ha liberati perché vivessimo da figli liberi e non per sottometterci di nuovo a un giogo di schiavitù. Paolo spiega con forza che affidarsi a pratiche esteriori, come la circoncisione, per ottenere la salvezza, significa, di fatto, rendere vano il sacrificio della Croce.
Chi sceglie la via della legge si obbliga a osservarla interamente, finendo per separarsi dalla grazia divina. Nel pensiero paolino, infatti, la fede autentica opera e agisce esclusivamente attraverso la carità.
L’intera legge trova il suo compimento in un unico comandamento fondamentale: amare il prossimo come se stessi. La vera libertà non è un permesso per seguire l’egoismo, ma la forza per servire gli altri con amore. Siamo al servizio degli altri?
Nel brano del vangelo di Matteo, Gesù riassume tutta la Legge e i Profeti nel duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo. Il contesto di questa pagina ci è ben noto: i farisei si riuniscono per mettere alla prova Gesù dopo che Egli ha ridotto al silenzio i sadducei.
Un dottore della Legge si fa avanti e gli chiede quale sia il comandamento più grande fra le centinaia di precetti che componevano la tradizione giudaica. Gesù risponde citando proprio lo Shemà: bisogna amare il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente.
Questo è un amore totale che coinvolge l’intera persona nella sua totalità spirituale, emotiva e razionale. Ma Gesù non si ferma qui: associa immediatamente un secondo precetto, tratto dal libro del Levitico, che chiede di amare il prossimo come se stessi.
Nel fare questo, Egli compie un gesto rivoluzionario: equipara il secondo comandamento al primo, rendendo inseparabile l’amore per Dio dall’amore per l’uomo. Da questi due pilastri inscindibili, infatti, dipendono “tutta la Legge e i Profeti”.
Diventa allora evidente che non serve a nulla moltiplicare le norme esteriori o i formalismi rituali, se viene a mancare quel centro propulsore che è l’amore gratuito sincero e universale. Amiamo davvero Dio e il prossimo?
Cari fratelli e sorelle, mettiamo in pratica questi comandamenti per meglio vivere oggi e sempre.
Vi auguro una buona domenica.
Don Jean-Claude Ngoy, sdb

