La Casa di Dio

Dedicazione del Duomo

Anno A 2026

Cari fratelli e sorelle, oggi celebriamo la Dedicazione del Duomo di Milano che è una delle solennità più importanti del rito ambrosiano, celebrata ogni anno la terza domenica di ottobre.

La festa non celebra soltanto una straordinaria opera d’arte gotica e il simbolo della città, ma il mistero della Chiesa stessa intesa come comunità viva di credenti radunata attorno al Vescovo.

Il Duomo è considerato la “Chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani”, il punto di riferimento spirituale in cui l’intera diocesi si riconosce e si unisce. Come memoria storica, San Carlo Borromeo consacrò l’altare maggiore del Duomo il 20 ottobre 1577, unendo l’eredità delle antiche cattedrali milanesi (Santa Tecla e Santa Maria Maggiore).

I testi liturgici (come il profeta Isaia) ricordano che la cattedrale è segno della tenda di Dio in mezzo agli uomini, un luogo di pace, accoglienza e riparo per il mondo. Questo è un messaggio di speranza. Cosa ci offre la parola di Dio?

La lettura di Baruc è un celebre inno alla Sapienza divina, spesso proposta nella liturgia, in particolare nel Rito Ambrosiano per la Dedicazione del Duomo di Milano.

Il brano si inserisce nella sezione poetica del Libro di Baruc, un testo deuterocanonico che riflette sul dolore dell’esilio babilonese e sulla causa della rovina d’Israele: l’aver abbandonato la fonte della sapienza.

Questo brano ci ricorda che la vera intelligenza della vita e della storia non è una conquista intellettuale o una strategia di potere, ma un dono di Dio da accogliere.

Nella liturgia della Dedicazione della Chiesa, la Sapienza che prende dimora in mezzo agli uomini trova il suo compimento visibile nel Tempio e, definitivamente, in Cristo.

In 2 Timoteo, l’apostolo Paolo, dal carcere e nel suo testamento spirituale, rassicura Timoteo di fronte ai falsi insegnamenti, offrendo tre indicazioni fondamentali per la vita della comunità cristiana: il fondamento saldo di Dio, i vasi nella grande casa e l’atteggiamento pratico del discepolo.

Nonostante le crisi e gli apostasi, il piano di Dio non vacilla. Paolo usa l’immagine del sigillo antico apposto sulle pietre angolari di un edificio. I due lati del sigillo si presentano in questo modo: Da un lato la grazia divina: «Il Signore conosce i suoi» (appartenenza e predilezione di Dio).

Dall’altro la responsabilità umana: «Si allontani dall’iniquità chiunque invoca il nome del Signore» (coerenza morale di chi si dice cristiano).

Per i vasi nella grande casa, Paolo usa la metafora della casa per spiegare che la Chiesa (o la comunità dei credenti) è paragonata a una grande casa che contiene arredi e utensili di vario tipo: oro, argento, ma anche legno e coccio.

Non tutti gli usi sono nobili, ma il discepolo è chiamato a una purificazione personale dagli errori e dal male. Ecco la scelta della purezza. Chi si mantiene puro diventa un “vaso nobile, santificato, utile al padrone, pronto per ogni opera buona”. La santità non è un privilegio elitario, ma una disponibilità funzionale al servizio di Dio. Questa è l’utilità.

Riguardo all’atteggiamento pratico che deve contraddistinguere il discepolo, Paolo delinea un triplice dinamismo: la fuga necessaria, la ricerca attiva e la dimensione comunitaria.

Anzitutto, l’apostolo ordina a Timoteo di «fuggire le passioni giovanili» un forte richiamo a prendere le distanze da tutti quegli impulsi di impazienza, orgoglio, vanagloria o bramosia che sono tipici dell’immaturità spirituale e che alimentano dispute sterili e vane.

Al posto della fuga passiva, c’è un inseguimento coraggioso di quattro virtù cardinali della vita nello Spirito: Giustizia (rettitudine davanti a Dio e agli uomini), Fede (fiducia salda in Cristo), Carità (amore attivo e fraterno), Pace (ricerca dell’armonia).

Tutto questo non va vissuto in solitudine, ma «insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro», ricordando che la fede cristiana è sempre un cammino condiviso. Ecco la dimensione comunitaria.

Nel brano del Vangelo secondo Matteo, l’evangelista ci racconta il celebre ingresso di Gesù a Gerusalemme, a cui fanno seguito la purificazione del Tempio e i grandi prodigi di guarigione.

Questa pagina evangelica così densa ci offre questi quattro elementi importanti per la nostra meditazione: l’agitazione della città, la purificazione del Tempio, le guarigioni e il tenero stupore dei bambini.

L’arrivo di Gesù scuote Gerusalemme. La gente smarrita si chiede: “Chi è costui?” e la folla dei discepoli con coraggio risponde identificandolo come il profeta Gesù da Nazaret.

Subito dopo il Signore entra nel Tempio e scaccia con autorità tutti venditori e i cambiamonete, rovesciando i loro tavoli. Citando Isaia e Geremia, Egli grida con forza che la casa di Dio è una «casa di preghiera» e non un «covo di ladri».

Nel Tempio si avvicinano a lui ciechi e zoppi ed Egli li guarisce. I bambini gridano «Osanna al Figlio di Davide», suscitando la rabbia dei capi dei sacerdoti e degli scribi, che Gesù zittisce richiamandosi alla Scrittura.

Cari fratelli e sorelle, come possiamo capire e leggere questo brano del vangelo? Tre chiavi di lettura sono possibili: il Tempio siamo noi, il ribaltamento e i veri testimoni.

Gesù non contesta l’edificio in sé, ma il modo in cui il rapporto con Dio viene mercanteggiato. Il “tempio” diventa simbolo del cuore dell’uomo: spesso rischiamo di trasformare il nostro spazio interiore, destinato all’ascolto e alla gratuità, in un luogo di interessi personali e chiusure.

Rovesciare i banchi significa rimettere al centro Dio. L’amore divino ci libera dall’egocentrismo e ci apre alla comunione. Mentre i capi religiosi si scandalizzano e restano chiusi nella loro rigidità, sono i piccoli, i ciechi, gli zoppi e i bambini a riconoscere Gesù e a farsi vicini a Lui. La fede autentica richiede lo sguardo semplice e limpido dei piccoli.

Cari fratelli e sorelle, ringraziamo Dio per la nostra Chiesa che ci accompagna nel cammino della vita. Vi auguro una buona domenica e una buona festa della Dedicazione del Duomo.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb.