Sesta Domenica dopo il Martirio di San Giovanni Battista
Anno a 2026
Cari fratelli e sorelle, oggi la nostra Comunità inizia il nuovo anno pastorale 2026-2027, celebrando la tradizionale festa dell’Oratorio. Come ci ha insegnato don Bosco, l’Oratorio non è semplicemente un luogo, ma una esperienza viva: una casa che accoglie, una scuola che avvia alla vita, una parrocchia che evangelizza e un cortile dove incontrarsi e crescere insieme in allegria.
Vorrei ricordare i pilastri dell’Oratorio secondo lo spirito di Don Bosco, cioè la casa, la scuola, la chiesa e il cortile. Questi pilastri ci aiutano a capire meglio lo spirito di Bosco per un oratorio. La casa è un luogo sicuro di famiglia dove ogni ragazzo si sente amato e protetto.
La scuola è uno spazio per la crescita culturale, professionale e umana. La chiesa è un punto di riferimento per la fede e la preghiera vissuta con gioia. Il cortile è l’ambiente aperto dello svago, del gioco, dello sport, della musica e del teatro.
Questo stile di servizio è sostenuto da un metodo educativo unico, fondato sull’allegria, sulla prevenzione e sulla nostra “regola d’oro”. L’allegria è la base stessa della felicità dei giovani e della bellezza dello stare insieme.
La prevenzione consiste nell’educare attraverso l’affetto profondo e una presenza costante, prevenendo il disagio ed evitando logiche di punizioni severe.
La regola d’oro, infine, si riassume nel celebre e intramontabile programma che San Giovanni Bosco ha consegnato alla storia: “Allegria, studio e pietà”.
Cari fratelli e sorelle, iniziamo questo nuovo anno pastorale nello spirito della comunione, della partecipazione e della missione, vivendo e mettendo in pratica lo stile della sinodalità. Cosa ci propone la parola di Dio?
Nella prima lettura, il libro di Giobbe ci narra la prima devastante prova del protagonista, il quale perde in un solo istante tutti i suoi beni e i suoi figli a causa di una serie improvvisa di catastrofi.
Il testo affronta a viso aperto il drammatico interrogativo del male innocente, svelando che la fede autentica non è un contratto di scambio con il Creatore basato sulla pretesa di ricevere felicità terrena in cambio di devozione.
Giobbe riconosce con straordinaria umiltà che la vita e gli affetti non costituiscono un possesso definitivo, ma sono un dono gratuito e temporaneo ricevuto da Dio.
Più che una maturità di fede: la relazione con il Signore rimane il fondamento incrollabile della sua esistenza, anche quando tutto attorno a lui crolla. In questo abbandono fiducioso risiede il segreto della vera pazienza cristiana!
La Seconda Lettera a Timoteo, che ascoltiamo nella seconda lettura, rappresenta il testamento spirituale dell’apostolo Paolo. Recluso in un carcere a Roma e ormai consapevole della fine imminente della sua vita, l’Apostolo esorta il suo diletto discepolo a perseverare con forza, fedeltà e coraggio incrollabile nella predicazione del Vangelo.
Paolo, per spiegare che la testimonianza cristiana richiede impegno e sacrificio, usa metafore concrete ed efficaci, come quella dell’agricoltore che lavora duramente prima di raccogliere i frutti della terra.
Il cuore di questo accorato invito risiede nel fare memoria di Gesù Cristo, risuscitato dai morti: Egli è il centro, la sorgente e il fondamento di ogni fede e di ogni opera apostolica.
Paolo ribadisce una formula di assoluta certezza salvifica: “se perseveriamo con lui, con lui regneremo; anche se noi veniamo meno alla fede, Dio rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso”. Timoteo, e con lui ciascuno di noi, è chiamato a presentarsi davanti a Dio come un lavoratore irreprensibile, capace di annunciare rettamente e senza compromessi la parola della verità, evitando le discussioni inutili e vane che portano solo alla divisione e alla rovina dello spirito.
Il brano del vangelo secondo Luca presenta la celebre parabola del “servo inutile”, un insegnamento di Gesù fondamentale per comprendere la gratuità e l’umiltà nel servizio a Dio e ai fratelli.
Servire Dio o il prossimo, infatti, non risponde a logiche di un contratto di lavoro che prevede un compenso o una ricompensa da pretendere: l’amore autentico è costitutivamente gratuito. La parola greca tradotta con “inutili” (akreioi) significa letteralmente “senza pretese di utile” o “che non cercano vantaggi personali”.
Questo non significa che non valiamo nulla agli occhi del Padre, ma sottolinea che il nostro agire non costituisce mai un credito da esigere nei suoi confronti. Riconoscersi “servi inutili” ci libera dalla presunzione e dall’illusione di essere indispensabili o di poter avanzare pretese su Dio.
Il bene si compie semplicemente perché è giusto farlo, trovando il suo perfetto compimento nella gioia stessa del dono. Proprio in questo abbandono disinteressato risiede la vera umiltà del discepolo.
Auguro a tutti un buon inizio dell’anno pastorale e buona festa dell’Oratorio.
Don Jean-Claude Ngoy, sdb.

