Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi la quarta domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista. La liturgia della Parola ci invita a meditare sul pane della vita, ricordando le stesse parole di Gesù, “Io sono il pane della vita”.
Questa solenne dichiarazione rappresenta una delle affermazioni più dense e trasformative di tutto il Nuovo Testamento. In essa, Gesù rivela simultaneamente la sua identità divina, la sua profonda comprensione dell’essere umano, e la natura stessa della salvezza che ci offre.
Dal punto di vista Cristologico, la dichiarazione manifesta la piena coscienza che Gesù ha di sé stesso: Egli è la vita divina incarnata, l’unico nutrimento indispensabile per un’autentica esistenza umana. Cosa ci consegna, allora, la parola di Dio in questa domenica?
Nella prima lettura, il brano di Isaia si eleva come una intensa e accorata preghiera di supplica e di lamento che il popolo rivolge a Dio in un momento di profonda crisi, segnato dalla desolazione del Tempio distrutto e dal dolore dell’esilio. Il profeta grida al Signore, supplicandolo di “squarciare i cieli e scendere”.
In questa invocazione c’è il desiderio disperato di un intervento divino eclatante, capace di far sussultare i monti e di mostrare la presenza di un Dio che, in quel momento, sembra essersi nascosto.
Il testo compie così una lucida rilettura della storia d’Israele: da un lato riconosce la bontà originaria del Signore e la sua tenerezza di Padre; dall’altro confessa con coraggio il peso del peccato e la durezza del proprio cuore che ha smarrito le vie del bene.
Questa pagina non nasconde le ragioni del dolore e della prova, ma si trasforma in una meditazione universale sul mistero della sofferenza umana di fronte al silenzio di un Dio che continua, comunque, ad essere invocato e riconosciuto come Padre e unico Redentore.
Nella seconda lettura, il brano della lettera agli Ebrei illustra il passaggio cruciale dal vecchio culto antico del Tabernacolo terreno al sacerdozio eterno, perfetto e definitivo di Cristo. In questa lettura, siamo chiamati a compiere tre considerazioni fondamentali: anzitutto sulla natura del vecchio culto e sulla provvisorietà del tabernacolo; in secondo luogo sui limiti dei sacrifici antichi; infine, sulla superiorità assoluta del sacrificio di Cristo.
Il primo punto ci conduce a comprendere il senso del vecchio culto e il tabernacolo. L’autore sacro descrive dettagliatamente la prima tenda antica, divisa in due spazi: la prima tenda chiamata il “Santo” e la seconda, oltre il velo, il “Santo dei Santi”.
Nel Santo vi erano custoditi il candelabro e la tavola con i pani dell’offerta; nel Santo dei Santi, invece, si trovavano l’arca dell’alleanza e i preziosi arredi sacri. Tutti questi elementi materiali, pur nella loro sacralità, indicavano una mediazione puramente terrena, imperfetta e temporanea.
In secondo luogo, emergono chiari limiti dei sacrifici antichi. Mentre i sacerdoti entravano ogni giorno nella prima tenda per celebrarvi il culto ordinario, nel Santo dei Santi poteva accedere esclusivamente il sommo sacerdote, una sola volta all’anno e mai senza il sangue degli animali offerti in sacrificio.
Questo severo rituale mostrava che la via per entrare nella piena presenza di Dio non era ancora del tutto aperta. Quei doni e i quei sacrifici antichi non potevano purificare la coscienza di chi li offriva, erano solo regole provvisorie.
In che cosa risiede, allora, la superiorità assoluta del sacrificio di Cristo? La risposta dell’autore sacro squarcia ogni ombra: Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri.
Egli non è entrato in un tempio di pietra, ma ha attraversato una tenda più grande e perfetta, non fatta da mani umane, cioè non appartenente a questa creazione.
E non è entrato offrendo il sangue di capri o di vitelli, ma versando il Suo stesso sangue. In questo modo, offrendo sé stesso sulla croce, Gesù ha ottenuto per noi una redenzione eterna, aprendo per sempre l’accesso a Dio una volta per tutte.
Nel brano del vangelo, Giovanni ci presenta la folla che rincorre Gesù fino a Cafarnao, subito dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani. Si tratta di una ricerca mossa dal desiderio immediato del cibo materiale; una vicinanza che offre l’occasione provvidenziale a Gesù di rivelarsi come il vero, unico “pane della vita“. Per entrare nel cuore di questa pagina evangelica possiamo prendere in esame tre elementi fondamentali.
Il primo elemento ci porta a riflettere sul contesto profondo di questa pagina del vangelo: la ricerca di Gesù. Quando la folla finalmente trova Gesù dall’altra sponda del lago, gli domanda quasi con stupore quando sia arrivato.
Gesù svela subito la loro intenzione profonda: lo cercano non per valore spirituale del segno prodigioso, ma lo cercano perché hanno mangiato di quei pani e si sono saziati.
È lo specchio dell’animo umano di ogni tempo: spesso cerchiamo un Dio che risolva i problemi materiali e dia sicurezza immediata, riducendo la fede ad una ricerca a un benessere terreno.
Il secondo elemento riguarda l’esortazione decisiva che Gesù rivolge alla folla. Egli chiede un radicale salto di qualità, invitando a non darsi da fare per il cibo che perisce, ma per quello che rimane per la vita eterna.
Quando la gente gli domanda quali siano le opere gradite a Dio, Cristo ribalta ogni logica rituale e moralistica: la vera opera non è compiere riti o sforzi umani, ma nel credere in colui che il Padre ha mandato. La fede, dunque, è il passaggio fondamentale per accogliere la salvezza.
Il terzo e supremo elemento culmina nella solenne autorivelazione di Cristo: “Io sono il pane della vita”. Quando la folla chiede un segno paragonandolo alla manna data da Mosè nel deserto, Gesù chiarisce che non Mosè ma il Padre dona il vero Pane dal cielo.
Gesù pronunciando una delle sue più dense affermazioni divine “Io sono”, proclama: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!”. Il pane di cui parla Gesù non sazia solo il corpo, ma risponde al bisogno infinito di senso, amore e pienezza che abita nel cuore umano.
Cari fratelli e sorelle, apriamo i nostri cuori per accogliere Gesù nella sua parola e nell’Eucaristia come dono del Padre all’umanità e per camminare con lui e vivere sempre della sua vita.
Vi auguro una buona domenica.
Don Jean-Claude Ngoy, sdb.

