La Samaritana

Cari fratelli e sorelle, siamo già nella seconda settimana di Quaresima, un cammino che prepara alla celebrazione della Pasqua di nostro Signore. 

Oggi San Giovanni, nel suo racconto, ci parla dell’incontro tra Gesù e la Samaritana, che ha in sé un significato profondo e ci fa capire che il nostro prossimo è chiunque abbia bisogno del nostro aiuto, chiunque incontriamo nella nostra strada.

Nel Vangelo, le circostanze più banali sono spesso l’occasione per gli insegnamenti più alti, Gesù è stanco per il cammino nel deserto e a metà giornata dice alla samaritana che incontra al pozzo di Giacobbe: “Dammi da bere”.

Cosa c’è di più naturale che chiedere da bere? Gesù sembra essere un uomo “come noi”, che ha conosciuto la fatica, il peso della giornata e il caldo.

Per la donna, che in un primo momento si meravigliò che le venisse chiesto da bere, visto che i giudei non avevano rapporti con i samaritani, il dialogo iniziato con nostro Signore prese in poche battute una piega sorprendente.

Sebbene sia stato lui a chiederle da bere, Gesù le offrì l’acqua viva che spegneva ogni sete, un’“acqua” che porta alla salvezza, tanto che ella chiese che le venisse data, confidandogli le due tragedie della sua vita. Innanzitutto, il suo fallimento coniugale: “Non ho marito”. Poi la sua angoscia religiosa dovuta al fatto che non sapeva dove adorare Dio.

La donna di Samaria è il volto dell’umanità abbandonata a sé stessa, vittima del proprio disordine e del proprio peccato. Per un uomo abbandonato a sé stesso, il vero amore coniugale e l’amore di Dio: eros e agape sono impossibili da raggiungere. Ciò è dovuto all’effetto del peccato originale: esso ci condanna al disordine, sia amoroso che religioso e ci mantiene in uno stato di sete inestinguibile; inoltre ci impedisce di raggiungere la pienezza dell’amore per cui siamo stati creati, e la cui nostalgia ci fa morire di sete.

Ed è proprio qui che entra in gioco Gesù.  Egli ci viene incontro, con i pretesti più impensabili, e ci porta a confessargli la nostra sete di amare, ancora insoddisfatta perché nessun essere umano può sanare la ferita originaria, se non Dio stesso.

L’acqua viva che Gesù promette alla Samaritana, che promette a noi, è lo Spirito Santo che sgorgherà dal suo cuore trafitto sulla Croce, l’amore divino che solo può placare la nostra sete, di amare Dio e gli uomini. Questo è il senso della nostra Quaresima: consegnare a Dio le nostre incapacità, offrirgli il nostro cuore spezzato e umiliato, gridargli la nostra sete.

Se c’è un vero sforzo quaresimale, è quello che ci fa confessare a Dio la nostra miseria e la nostra sete e implorare il suo aiuto.

Così l’incontro di Gesù con la Samaritana, (e con ciascuno di noi) assume il suo pieno significato. È lo scambio di due sete. La samaritana ha sete di poter amare e adorare; Gesù ha sete di poter comunicare il suo amore.

È questo il senso della sua sete al pozzo di Giacobbe ed è questo il senso del suo grido di sete al Golgota. Rivelando la sua sete alla Samaritana, Gesù le ha rivelato la propria; dissetandola, le ha mostrato come dissetare la propria.

Tutto ciò che manca a Dio è quello che può venire solo da noi: che accettiamo l’amore che egli vuole comunicarci. Correndo il rischio della creazione, Dio ha corso il rischio di essere frustrato dalla nostra risposta.

Cari fratelli e sorelle, la nostra preghiera, la nostra penitenza e la nostra condivisione ci aiutano a compiere questo cammino per vivere meglio la nostra speranza nell’ anno giubilare. Vi auguro una buona domenica.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb.

Fonti: Homélie du Fr. François DUGUET