CRISTO RE – ANNO A 2026
Cari fratelli e sorelle, celebriamo Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo. Questa solennità di Cristo Re dell’universo celebra una regalità d’amore e di servizio che culmina, in modo paradossale, sul trono della Croce.
Ma qual è il senso profondo di questa festa? Collocata nell’ultima domenica dell’anno liturgico, essa riassume l’intero cammino della nostra fede e volge lo sguardo verso la meta ultima della storia.
La regalità di Gesù ribalta completamente le logiche umane: a differenza dei potenti del mondo, che dominano con la forza, la ricchezza o l’imposizione, Cristo è un re che non salva sé stesso dalla croce, ma dona la vita per salvare gli altri. Il suo trono non è d’oro, ma di legno; la sua corona è di spine e il suo scettro è un gesto di totale donazione.
Cosa ci offre, oggi, la parola di Dio per entrare nel vivo di questo mistero?
Il brano di “2 Samuele” capovolge radicalmente il progetto di Davide: non è l’uomo a dover costruire una “casa” a Dio, ma è Dio stesso che promette di edificare una “casa” (una dinastia) stabile per sempre per Davide. Questa lettura ci ricorda che l’iniziativa appartiene sempre a Dio, il quale rimane fedele alla sua promessa.
Dio stesso spinge Davide a fare memoria della sua storia: gli ricorda di averlo preso dai pascoli, mentre seguiva il gregge, per farlo “capo del suo popolo Israele”. È sempre il Signore ad averlo protetto, ad averlo liberato dai nemici e ad aver reso grande il suo nome.
Quindi è sempre Dio l’attore primo della storia, non il sovrano con le sue opere. Quando i giorni di Davide saranno compiuti, Dio susciterà un suo discendente dopo di lui e renderà stabile il suo regno. Si compie qui il grande paradosso: non sarà Davide a costruire una “casa” (intesa come tempio materiale) per Dio, ma sarà Dio stesso a costruire una “casa” (ovvero una dinastia eterna) per Davide.
Il trono del suo regno sarà reso saldo per sempre. Questo testo profetico rappresenta il fondamento assoluto dell’attesa messianica: è proprio da questa stirpe, la discendenza di Davide, che fiorirà la promessa della salvezza e prenderà corpo la figura del Messia.
Il brano di San Paolo ai Colossesi contiene una profonda preghiera d’intercessione che l’apostolo Paolo aveva per la sua comunità di Colosse, Al centro della sua invocazione vi sono: la conoscenza della volontà di Dio, il dono della forza spirituale e la straordinaria opera di redenzione compiuta da Cristo.
Questa lettura ci consegna tre grandi verità per la nostra esistenza: la preghiera come motore di ogni cammino cristiano, la forza nella prova: la pazienza e la gioia del credente non si misurano sull’assenza di fatiche o sofferenze, ma sulla capacità di attraversarle con speranza e, infine, il tema del grande esodo: il dono straordinario del nostro riscatto, il passaggio definitivo dalle tenebre al Regno del Figlio.
Il brano di Giovanni presenta il celebre dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato durante il processo, letto tradizionalmente nella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re.
Tre considerazioni: Pilato e Gesù: due logiche a confronto; la dichiarazione di Gesù che dice “il mio regno non è di questo mondo; e, infine, la testimonianza alla verità. Pilato e Gesù, due logiche a confronto.
L’autorità romana ragiona con i criteri del potere politico, militare ed economico. Pilato chiede: “Sei tu il re dei Giudei?”, temendo un motto rivoluzionario o un rivale del potere imperiale. La risposta di Gesù sposta immediatamente il piano dell’incontro chiedendo a Pilato se quella domanda sia farina del suo sacco o suggerita da altri.
Gesù non accetta di essere incasellato nelle categorie del potere mondano. “Il mio regno non è di questo mondo” afferma con chiarezza Gesù. Davanti a Pilato, Egli spiega che se il suo regno fosse basato sulle dinamiche di quaggiù, i suoi seguaci combatterebbero con la violenza e le armi per difenderlo.
Il Regno di Cristo segue una logica capovolta: non si manifesta con troni dorati, eserciti schierati o l’imposizione della forza. La vera regalità di Gesù si rivela nell’umiltà, nel servizio e nel dono totale di sé, trovando la sua massima e paradossale intronizzazione sulla croce.
La testimonianza alla verità: Di fronte alla domanda diretta di Pilato (“Dunque tu sei re?”), Gesù risponde con totale trasparenza: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”.
Appartenere alla verità, per il cristiano, significa accogliere l’amore e la rivelazione di Dio che Gesù porta nel mondo: è un invito a un’adesione personale del cuore. L’episodio si chiude idealmente con la famosa e disincantata domanda di Pilato “Che cos’è la verità?”, è il riflesso di chi – chiuso nel proprio pragmatismo o nella paura di perdere il proprio status – non sa, o non vuole, riconoscere la salvezza che gli sta passando davanti.
Auguro a tutti una buona conclusione dell’anno liturgico e buona festa di Cristo Re.
Don Jean-Claude Ngoy, sdb.

