PRIMA DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

ANNO A 2026

Cari fratelli e sorelle, la prima domenica dopo la Dedicazione del Duomo segna l’inizio dell’ultima sezione del Tempo dopo Pentecoste, introducendo le settimane conclusive dell’anno liturgico che ci accompagneranno verso il cammino dell’Avvento.

Nel nostro rito ambrosiano, la Solennità della Dedicazione del Duomo di Milano apre tradizionalmente questa fase terminale; la domenica odierna prosegue e approfondisce tale riflessione, orientando il nostro sguardo sul mistero profondo della Chiesa e sul compimento della fine dei tempi. Cosa ci offre, allora, la parola di Dio in questa liturgia?

Nella prima lettura, il brano degli Atti degli Apostoli racconta la svolta decisiva per la Chiesa nascente: all’interno della casa del centurione pagano Cornelio a Cesarea, l’apostolo Pietro comprende finalmente che il Vangelo è universale e aperto a tutti gli uomini, senza distinzioni di popolo o di purezza rituale.

Questo brano straordinario ci offre tre chiavi di lettura fondamentali per guidare la nostra meditazione: anzitutto, il contesto provvidenziale dell’incontro; in secondo luogo il cuore del Kerygma pasquale proclamato da Pietro; infine, il prodigio dell’effusione dello Spirito Santo che culmina nel Battesimo dei pagani.

Siamo in un contesto preciso dove Pietro fa una affermazione importante: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone». Pietro pronuncia questa frase dopo una resistenza interiore e un’immersione nella visione ricevuta da Dio. Comprende che il criterio di Dio non è l’appartenenza a un’élite religiosa o etnica (gli Ebrei), ma un cuore sincero: «chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto».

Attraverso questa straordinaria esperienza, la Chiesa nascente impara a spogliarsi dei propri particolarismi culturali e religiosi, comprendendo che l’apertura universale ai pagani non è una concessione umana, ma la riscoperta della volontà originaria e salvifica di Dio.

Il prodigio dello Spirito Santo, che discende visibilmente su Cornelio e sui suoi cari ancora prima del battesimo formale, scardina ogni umana logica: dimostra con forza che l’iniziativa della salvezza appartiene unicamente a Dio e precede sempre i nostri rigidi schemi ecclesiastici. Gesù, quindi, non si rivela come un salvatore “privato” o legato a confini tribali, ma si manifesta pienamente per quello che è: il Signore dell’intera umanità.

Nella seconda lettura, il brano della prima lettera ai Corinzi, affronta il contrasto radicale tra la sapienza umana e la sapienza della Croce, fulcro della predicazione cristiana.

San Paolo scrive alla giovane e travagliata comunità di Corinto, una città greca ricca, cosmopolita, profondamente lacerata da fazioni interne, orgoglio intellettuale e forti tensioni morali. All’interno di questo contesto alcuni cristiani locali privilegiavano la retorica raffinata e la filosofia mondana, rischiando di svuotare il Vangelo del suo significato più autentico.

Questo testo è per noi un invito a non misurare il valore della fede con i criteri del successo, del potere o dell’efficacia mondana. La croce rivela un Dio che sceglie la via dell’amore umile e del dono di sé, sfidando l’orgoglio umano.

Il brano del Vangelo di Luca racchiude il congedo intimo e il mandato missionario di Gesù risorto ai suoi discepoli. In questi versetti, il Signore compie tre azioni fondamentali per la nascita stessa della Chiesa: anzitutto apre l’intelligenza dei suoi alle Scritture; in secondo luogo delinea il senso profondo della sua Pasqua di morte e risurrezione, infine, affida ai discepoli il compito di testimoniarlo al mondo.

Quale sarebbe il messaggio per noi oggi? Esattamente come i primi discepoli, anche noi spesso fatichiamo a comprendere i momenti di dolore o le prove della vita, leggendoli solo con la nostra logica umana.

Abbiamo bisogno che il Risorto ci apra la mente e il cuore per leggere gli eventi alla luce della sua Parola: in questo senso, la fede si rivela come un dono sublime di comprensione. Inoltre, l’indicazione precisa di cominciare da Gerusalemme ci ricorda una verità fondamentale: la testimonianza cristiana non cerca luoghi ideali o comunità perfette.

Essa germoglia e riparte proprio dalle nostre fragilità quotidiane, dalle nostre ferite relazionali e dai luoghi ordinari della nostra vita di ogni giorno. Questo spiega bene da dove ripartire? Il cristiano non è chiamato ad imporre un’ideologia astratta, bensì a offrire un’esperienza viva. E’ l’esperienza di un perdono ricevuto che cambia il modo di guardare gli altri e il mondo. Ricordiamolo sempre: siamo chiamati ad essere umili testimoni di Cristo, non padroni della sua verità.

Cari fratelli e sorelle, accogliamo la Parola di Dio per esserne testimoni nella vita quotidiana. Vi auguro una buona domenica.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb