Prima Domenica dopo il Martirio di San Giovanni Battista

Cari fratelli e sorelle, iniziamo il nuovo anno pastorale 2026-2027 con questo primo numero del nostro bollettino parrocchiale “Primo Giorno”. Questa domenica segue la festa del Martirio di san Giovanni e apre così la seconda sezione del Tempo dopo Pentecoste. 

Abbiamo celebrato l’anno della speranza, l’anno della fede. In quest’anno pastorale 2026-2027 siamo invitati a meditare sulla carità come Comunità Pastorale. Questo tema è proposto dalla pastorale salesiana della nostra Ispettoria ILE. La Strenna del Rettor Maggiore alla Famiglia Salesiana per il 2026-2027 ha come titolo: “La carità è paziente, la carità è benigna”: -Consacrati al bene integrale dei giovani-. Il titolo scelto richiama l’inno alla carità di san Paolo e affonda le radici nella tradizione educativa salesiana, centrata sul Sistema Preventivo di Don Bosco. L’invito è quello di rinnovare l’impegno pastorale e formativo a favore dei giovani, soprattutto i più fragili.

Nella nostra Diocesi di Milano l’Arcivescovo Mario Delpini ha offerto la proposta pastorale per l’anno 2026-2027: “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”. Lo stile sinodale per la missione di irradiare la gioia cristiana.

Papa Leone XIV ha proposto al mondo la lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale “Magnifica Humanitas”.

Cari fratelli e sorelle, come potete vedere, abbiamo tante proposte per camminare e costruire insieme nello spirito della sinodalità come Comunità Pastorale. Tutte queste proposte sono un aiuto per mettere in pratica la nostra carità come donne e uomini del nostro tempo e del nostro mondo.

Cosa ci offre la parola di Dio di questa prima domenica dopo il martirio di san Giovanni Battista? Nella prima lettura, il profeta Isaia contrappone la sorte dei ribelli a quella dei servi di Dio, preannunciando una salvezza radicale. Dio promette nuovi cieli e una nuova terra, trasformando Gerusalemme in una fonte di gioia eterna dove non si udranno più grida o pianti. Da questo annuncio emergono due considerazioni fondamentali: anzitutto, il contrasto tra l’infedeltà umana e la salvezza divina; in secondo luogo: la consolante promessa di una nuova creazione.

Chi abbandona il Signore subirà la fame, la sete e la vergogna. I fedeli di Dio avranno cibo, bevande e gioia del cuore. Il Signore darà ai suoi servi un nome nuovo, simbolo di una dignità ritrovata. 

Attraverso la promessa della nuova creazione, Dio cancella ogni passato doloroso per dare vita a una realtà di pace profonda. La città santa rinasce così come motivo di esultanza: ogni lamento scompare per fare spazio alla felicità del popolo e di Dio stesso. Questa promessa segna la fine definitiva di ogni pianto.

Nella seconda lettura, l’apostolo Paolo esorta i credenti a passare definitivamente dalle tenebre alla luce, abbandonando i comportamenti del vecchio stile di vita pagano per vivere in modo coerente con la grazia ricevuta in Cristo. C’è il contesto e il richiamo alla coerenza prima di tutto e poi il passaggio dal buio alla luce. Paolo mette in guardia la comunità contro chi giustifica il peccato con argomentazioni vuote o ingannevoli, ricordando che tali condotte attirano l’allontanamento da Dio. Viene chiesto esplicitamente di non essere “compagni” di chi vive nell’oscurità morale, poiché la fede richiede un netto discernimento. Come passare dal buio alla luce? Il testo non dice semplicemente di “fare” qualcosa, ma di “essere” luce nel Signore. L’identità del cristiano è cambiata radicalmente. La vita nuova si riconosce da ciò che è buono, giusto e vero (i frutti della luce). Il compito del credente è “provare” (cioè mostrare con i fatti) ciò che è gradito al Signore. Tutto ciò che viene esposto alla luce viene allo scoperto e, a sua volta, la luce trasforma le cose in essa stessa, secondo il celebre richiamo finale: “Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà” (il potere della verità).

Il brano di Luca accosta due reazioni opposte a Gesù: da un lato, il timore e la curiosità sterile del tetrarca Erode, incapace di decidersi sul conto di Cristo; dall’altra, l’accoglienza premurosa di Gesù verso la folla che lo cerca, inaugurando così il tempo dell’ascolto e del Regno. Il vangelo di oggi ci suggerisce in particolare due elementi: il primo, la figura di Erode caratterizzato dal potere e dal blocco della coscienza. Erode è fortemente turbato dalle voci su Gesù (ritenuto Giovanni Battista risorto o un antico profeta). La sua coscienza, infatti, è segnata dal sangue di Giovanni che genera in lui il dubbio e la paura). Erode vuole vedere Gesù, ma è mosso da mera curiosità o dalla ricerca di un fenomeno straordinario, non da un autentico desiderio di salvezza. Egli diventa così l’emblema di chi interroga Dio senza mai mettersi in gioco: una curiosità superficiale che rifiuta la conversione.

Il secondo elemento è il ritorno degli apostoli e l’abbraccio della folla. Qui notiamo la condivisione, la compassione che vince la stanchezza e il primato della Parola. Gli apostoli tornano dalla loro missione e raccontano tutto a Gesù. Il ministero cristiano nasce dalla comunione e dal rendiconto fatto al Maestro. Pur cercando un momento di riposo in disparte, davanti alla folla che accorre, Gesù non si ritira in sé stesso ma mostra un volto accogliente. Gesù “prende a parlar loro del regno di Dio” e guarisce chi ne ha bisogno, insegnandoci che la priorità di Dio è farsi vicino all’uomo ferito e in ricerca. 

Cari fratelli e sorelle, la parola di Dio di questa domenica ci manifesta la Sua presenza viva nella nostra quotidianità e ci invita a farci testimoni di un Dio vicino ad ogni persona. Ecco la nostra missione e il nostro compito come figli della luce.

Auguro a tutti un buon inizio dell’anno pastorale che vogliamo vivere nella carità operosa. 

Buona domenica.

Don Jean-Claude Ngoy, sdb.